Calcio Storico Fiorentino, perché si gioca il 24 giugno e quali sono le regole?
Quasi cinquecento anni fa, il 17 febbraio 1530, mentre le truppe imperiali di Carlo V stringevano d'assedio la città, un gruppo di fiorentini scese in piazza Santa Croce a giocare a pallone. Non per incoscienza: per dimostrare al nemico che Firenze non lo riteneva degno di preoccupazione. Da quella partita di sfida nasce la rievocazione che oggi chiamiamo Calcio Storico Fiorentino, e che ogni anno trova il suo culmine il 24 giugno.
La data non è casuale. Il 24 giugno è il giorno di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, e la finale del torneo cade sempre in quella giornata. Le due semifinali, invece, sono mobili: nel 2026 si sono disputate sabato 13 giugno (Rossi contro Verdi) e domenica 14 giugno (Bianchi contro Azzurri), con le vincenti approdate all'atto conclusivo. È una struttura fissa solo in coda: la finale resta ancorata al patrono, il resto si adatta al calendario.
Conviene chiarire subito un equivoco storico. La celebre "partita dell'assedio" del 1530 è il riferimento simbolico della manifestazione, ma il gioco esisteva già prima: nel Cinquecento era praticato dalle famiglie nobili fiorentine, e nel 1580 Giovanni de' Bardi, conte di Vernio, ne mise per iscritto le regole nel suo "Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino". Dopo l'ultima partita storica documentata, nel gennaio 1739, il gioco sparisce per quasi due secoli. La rievocazione moderna che conosciamo oggi nasce nel 1930.
Le quattro squadre rappresentano i quartieri storici legati alle grandi basiliche: Azzurri di Santa Croce, Bianchi di Santo Spirito, Rossi di Santa Maria Novella e Verdi di San Giovanni. I colori non sono un dettaglio folkloristico: l'appartenenza al quartiere è il cuore della rivalità, e una squadra si è persino autoesclusa dal torneo nel 2018 per protesta contro decisioni disciplinari.
Sulle regole, qui casca chi si aspetta il calcio moderno. Il Calcio Storico assomiglia molto più al rugby. Ogni squadra schiera 27 calcianti, la partita dura 50 minuti e non sono previste sostituzioni: chi entra resta in campo fino alla fine, infortuni a parte. Si gioca su un rettangolo di sabbia allestito in piazza, e l'obiettivo è mandare la palla nella "caccia" avversaria, la rete che corre lungo tutto il lato corto del campo. Si può spingere il pallone con i piedi o con le mani, indifferentemente.
Un particolare che sorprende chi guarda per la prima volta: il tiro sbagliato si paga. Se un calciante prova a segnare la caccia ma manda la palla troppo alta, oltre il limite, alla squadra avversaria viene assegnato mezzo punto. È il motivo per cui nei tabellini compaiono punteggi come 3½ a 2½. Una distinzione che il pubblico occasionale spesso non coglie, scambiandola per un errore dello speaker.
Il contatto fisico fa parte del gioco, ma non è più una rissa senza limiti come a metà anni Duemila. Dopo alcuni episodi di disordini in campo, i regolamenti hanno vietato diverse forme di scontro, come i colpi a chi non è coinvolto nell'azione o gli interventi in più contro un solo avversario. A vigilare ci sono un Giudice Arbitro, due Aiutanti Arbitri, otto Giudici di Linea e soprattutto il Maestro di Campo, la figura che ha l'ultima parola sulle decisioni disciplinari.
C'è infine un premio che racconta meglio di ogni cosa la natura popolare di questa sfida: la squadra che vince il Torneo di San Giovanni non porta a casa una coppa, ma una vitella di razza Chianina.
Domande e curiosità
La data non è casuale. Il 24 giugno è il giorno di San Giovanni Battista, patrono di Firenze, e la finale del torneo cade sempre in quella giornata. Le due semifinali, invece, sono mobili: nel 2026 si sono disputate sabato 13 giugno (Rossi contro Verdi) e domenica 14 giugno (Bianchi contro Azzurri), con le vincenti approdate all'atto conclusivo. È una struttura fissa solo in coda: la finale resta ancorata al patrono, il resto si adatta al calendario.
Conviene chiarire subito un equivoco storico. La celebre "partita dell'assedio" del 1530 è il riferimento simbolico della manifestazione, ma il gioco esisteva già prima: nel Cinquecento era praticato dalle famiglie nobili fiorentine, e nel 1580 Giovanni de' Bardi, conte di Vernio, ne mise per iscritto le regole nel suo "Discorso sopra il giuoco del calcio fiorentino". Dopo l'ultima partita storica documentata, nel gennaio 1739, il gioco sparisce per quasi due secoli. La rievocazione moderna che conosciamo oggi nasce nel 1930.
Le quattro squadre rappresentano i quartieri storici legati alle grandi basiliche: Azzurri di Santa Croce, Bianchi di Santo Spirito, Rossi di Santa Maria Novella e Verdi di San Giovanni. I colori non sono un dettaglio folkloristico: l'appartenenza al quartiere è il cuore della rivalità, e una squadra si è persino autoesclusa dal torneo nel 2018 per protesta contro decisioni disciplinari.
Sulle regole, qui casca chi si aspetta il calcio moderno. Il Calcio Storico assomiglia molto più al rugby. Ogni squadra schiera 27 calcianti, la partita dura 50 minuti e non sono previste sostituzioni: chi entra resta in campo fino alla fine, infortuni a parte. Si gioca su un rettangolo di sabbia allestito in piazza, e l'obiettivo è mandare la palla nella "caccia" avversaria, la rete che corre lungo tutto il lato corto del campo. Si può spingere il pallone con i piedi o con le mani, indifferentemente.
Un particolare che sorprende chi guarda per la prima volta: il tiro sbagliato si paga. Se un calciante prova a segnare la caccia ma manda la palla troppo alta, oltre il limite, alla squadra avversaria viene assegnato mezzo punto. È il motivo per cui nei tabellini compaiono punteggi come 3½ a 2½. Una distinzione che il pubblico occasionale spesso non coglie, scambiandola per un errore dello speaker.
Il contatto fisico fa parte del gioco, ma non è più una rissa senza limiti come a metà anni Duemila. Dopo alcuni episodi di disordini in campo, i regolamenti hanno vietato diverse forme di scontro, come i colpi a chi non è coinvolto nell'azione o gli interventi in più contro un solo avversario. A vigilare ci sono un Giudice Arbitro, due Aiutanti Arbitri, otto Giudici di Linea e soprattutto il Maestro di Campo, la figura che ha l'ultima parola sulle decisioni disciplinari.
C'è infine un premio che racconta meglio di ogni cosa la natura popolare di questa sfida: la squadra che vince il Torneo di San Giovanni non porta a casa una coppa, ma una vitella di razza Chianina.
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