Cosa vuol dire outsourcing?
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Che differenza c'è tra outsourcing e delocalizzazione?

Che differenza c'è tra outsourcing e delocalizzazione?

Nel 2024 il mercato globale dei servizi in outsourcing ha superato i 600 miliardi di dollari, secondo le stime diffuse da società di analisi come Statista, e continua a crescere. Una cifra che dice una cosa semplice: affidare ad altri pezzi del proprio lavoro non è un ripiego, ma una scelta organizzativa diffusissima.
Il termine viene dall'inglese outside resourcing, cioè reperire risorse all'esterno. In pratica un'azienda decide di non svolgere internamente una certa attività e la affida a un fornitore specializzato. Può riguardare la contabilità, l'assistenza clienti, la produzione di un componente, la gestione dei sistemi informatici. L'idea di fondo è concentrarsi su ciò che si sa fare meglio e delegare il resto a chi lo fa di mestiere.
La diffusione su larga scala si lega agli anni Ottanta e Novanta, quando grandi gruppi americani iniziarono a esternalizzare interi reparti per ridurre i costi. Da allora la pratica si è allargata a settori e dimensioni aziendali di ogni tipo.

Non confondere outsourcing e delocalizzazione
Qui c'è una distinzione che sfugge spesso. L'outsourcing significa affidare un'attività a un soggetto esterno, che però può trovarsi nello stesso Paese, anche a pochi chilometri. La delocalizzazione è un'altra cosa: spostare la produzione all'estero, di solito dove il lavoro costa meno. Quando le due cose coincidono — un fornitore esterno collocato all'estero — si parla di offshoring. Tre termini vicini, ma non sinonimi, e usarli come tali genera parecchia confusione.
Quando conviene e quando rischia di non convenire
I vantaggi dichiarati sono noti: costi più prevedibili, accesso a competenze specialistiche, flessibilità. Un'azienda piccola che non può permettersi un reparto IT interno trova nell'esternalizzazione una via d'uscita ragionevole.
Il rovescio della medaglia esiste eccome. Affidare un processo all'esterno significa perdere parte del controllo diretto su tempi e qualità. C'è poi il nodo dei dati: quando si esternalizza la gestione di informazioni sensibili, la responsabilità sul trattamento resta in capo all'azienda committente. In base al GDPR, il regolamento europeo in vigore dal 2018, chi affida i dati a un fornitore deve comunque vigilare e disciplinare il rapporto con un contratto specifico. Non è un dettaglio formale: una scelta fatta solo per risparmiare, va detto, a volte si rivela più costosa del previsto.

I tipi più comuni
Si distingue di solito tra outsourcing di processi (come l'amministrazione del personale), outsourcing IT e outsourcing produttivo. Tra questi, l'esternalizzazione informatica è oggi la più richiesta, complice la diffusione del cloud e dei servizi gestiti da remoto.
Un'ultima precisazione pratica: outsourcing non vuol dire liberarsi di un problema. Il fornitore va scelto, monitorato e legato da un contratto chiaro su livelli di servizio e penali. È lì che si gioca la differenza tra un'esternalizzazione che funziona e una che diventa un grattacapo.

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