Cosa significa pleonastico?
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L’aggettivo “Pleonastico” deriva dal greco “pleonastikòs”, che a sua volta deriva da “pleonasmòs” e si riferisce in italiano al pleonasmo, ovvero “eccesso, sovrabbondante, ridondante”. Ritroviamo il termine Pleonasmo già nella prima metà del Cinquecento, mentre l’aggettivo Pleonastico entra nell’italiano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento.

E’ utilizzato, nel contesto grammaticale o concettuale, in riferimento a parole che risultano sovrabbondanti, oppure in generale per indicare atti e comportamenti superflui, inutili, non necessari.
In grammatica ad esempio i termini “entrare dentro” e “uscire fuori” sono definiti pleonasmi, poiché appunto ripetono uno stesso concetto, tuttavia non rappresentano una violazione delle regole grammaticali.
Nel linguaggio familiare, parlato, oppure anche nella lingua letteraria il linguaggio pleonastico è spesso utilizzato, in particolare al fine di potenziare un enunciato. Ad esempio nella frase “a me mi piacerebbe tanto quel libro” il pronome “mi”, che ripete il senso di “a me”, ha in questo caso lo scopo di sottolineare e rafforzare la frase.

Di seguito alcuni esempi di frasi con avverbi o complementi, pleonastici tratti dalla letteratura:
“Io il mare l’ho sempre immaginato come un cielo sereno visto dietro dell’acqua”, di Cesare Pavese tratto da “Feria d’agosto”.
“Si voltò poi a don Abbondio, e gli disse: ‘Signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche libro, per passare il tempo, da pover’uomo posso servirla (…) ma però”, di Alessandro Manzoni, tratto da “I promessi sposi”.
“Di me medesmo meco mi vergogno”, di Francesco Petrarca tratto dal “Canzoniere”.

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