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L'Africa può essere una terapia. I grandi spazi, la natura in alcuni posti ancora selvaggia. La vita semplice. Il sorriso dei bambini che non hanno nulla. I grandi silenzi. Sono tutte cose che ci fanno pensare e forse comprendere quanto poco valore abbiano tutte quelle piccole cose per cui ci danniamo.

Non so che cosa sia la follia. Può essere tutto o niente.

In medicina, l'incontro tra medico e paziente si attua nel corpo stesso del malato. Questo corpo che si offre al medico per essere curato, non corrisponde al "corpo vissuto", al "corpo proprio", con tutte le modalità e le implicazioni soggettive ad esso inerenti, ma viene considerato dal medico nella sua nuda materialità ed oggettualità.

Che significato può avere costruire una nuova ideologia scientifica in campo psichiatrico se, esaminando la malattia, si continua a cozzare contro il carattere classista della scienza che dovrebbe studiarla e guarirla?

Per poter veramente affrontare la "malattia", dovremmo poterla incontrare fuori dalle istituzioni, intendendo con ciò non soltanto fuori dall'istituzione psichiatrica, ma fuori da ogni altra istituzione la cui funzione è quella di etichettare, codificare e fissare in ruoli congelati coloro che vi appartengono. Ma esiste veramente un fuori sul quale e dal quale si possa agire prima che le istituzioni ci distruggano?

Il malato, che già soffre di una perdita di libertà quale può essere interpretata la malattia, si trova costretto ad aderire ad un nuovo corpo che è quello dell'istituzione, negando ogni desiderio, ogni azione, ogni aspirazione autonoma che lo farebbero sentire ancora vivo e ancora se stesso. Egli diventa un corpo vissuto nell'istituzione, per l'istituzione, tanto da essere considerato come parte integrante delle sue stesse strutture fisiche.

Ci sono sempre falsi profeti. Ma nel caso della psichiatria è la profezia stessa ad essere falsa, nel suo impedire, con lo schema delle definizioni e classificazioni dei comportamenti e con la violenza con cui li reprime, la comprensione della sofferenza, delle sue origini, del suo rapporto con la realtà della vita e con la possibilità di espressione che l'uomo in essa trova o non trova.

Quando entrai per la prima volta in una prigione, ero studente in medicina. Lottavo contro il fascismo e fui incarcerato. Mi ricordo della situazione allucinante che mi trovai a vivere. Era l'ora in cui venivano portati fuori i buglioli dalle varie celle. Vi era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri. Quattro o cinque anni dopo la laurea, divenni direttore di un manicomio e, quando entrai là per la prima volta, sentii quella medesima sensazione. Non vi era l'odore di escrementi, ma vi era un odore simbolico di escrementi. Mi trovai in una situazione analoga, una intenzione ferma di distruggere quella istituzione. Non era un problema personale, era la certezza che l'istituzione era completamente assurda, che serviva solamente allo psichiatra che lì lavorava per percepire lo stipendio alla fine del mese.

Il manicomio ha la sua ragione di essere, perché fa diventare razionale l'irrazionale.

L'irrecuperabilità del malato è spesso implicita nella natura del luogo che lo ospita.

Voce confusa con la miseria, l'indigenza e la delinquenza, parola resa muta dal linguaggio razionale della malattia, messaggio stroncato dall'internamento e reso indecifrabile dalla definizione di pericolosità e dalla necessità sociale dell'invalidazione, la follia non viene mai ascoltata per ciò che dice o che vorrebbe dire.

Quando qualcuno è folle ed entra in un manicomio, smette di essere folle per trasformarsi in malato. Diventa razionale in quanto malato.

In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia, invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d'essere.

Aprire l'Istituzione non è aprire una porta, ma la nostra testa di fronte a "questo" malato.

È cosa giusta, ponderata e nobile che, se malattia e dolore sono contagiosi, non vi sia nulla al mondo di così irresistibilmente contagioso come il riso e il buon umore.
Da: Canto di Natale - Giunti Editore

La migliore terapia o medicina è una bella risata.
Da: Oggi - 21/11/2010

Mi danno dell’ipocondriaco, ma sono solo vigile sui segnali che trasmette il corpo.
Da: Oggi - 12/09/2014

Ho iniziato a raccogliere le mie Intercenali in piccoli libri, così che possano essere lette più facilmente mentre si mangia e si beve. Tu, carissimo Paolo, curi corpi malati come fanno tutti gli altri medici, con medicine amare che provocano anche disgusto, ma io, con i miei scritti, fornisco un modo per alleviare le malattie della mente, che produce riso e allegria. In tutte le mie Intercenali voglio che i miei lettori vedano come io abbia soprattutto voluto renderli partecipi della mia arguzia e abbia cercato argomenti adatti ad alleviare le loro più serie preoccupazioni.

Se le malattie e le sofferenze non fanno distinzione tra ricchi e poveri, perché dovremmo farlo noi?

Purché un uomo non sia pazzo, si può guarirlo da ogni follia tranne la vanità.

A parte la sfortuna di contrarre la mia grave malattia dei motoneuroni, sono stato fortunato sotto quasi ogni altro aspetto.

La prima cosa che ho fatto una volta guarito (dal cancro alla prostata) è stata sposare in chiesa mia moglie, con la quale mi ero unito solo civilmente dodici anni prima.

Quando ho scritto il mio ultimo romanzo non lo avevo, non era ancora incominciato, e quello che ho scritto non ha nulla a che vedere con la malattia. La mia energia era immutata, e anche la mia attività intellettuale. Guardavo alla vita come ho sempre fatto. (Riferita al cancro al pancreas)

Quando ero malato stavo sul divano e guardavo un sacco di sport, qualsiasi cosa di cui non conoscessi la fine andava bene. Mi mancava lavorare, ma ero troppo debole perché mi mancasse davvero qualcosa. (Riferita al cancro alla gola)
Da: it.cinema.yahoo.com - 13/05/2013

Ho cinque bypass, ragazzi, vi prego, non fumate. Non fumate!

Iniziai a stare male, erano i primi segnali di un infarto, poi m'hanno aperto come un abbacchio.

Io da bambino ho avuto la meningite. Con la meningite si muore o si rimane stupidi. Io non so' morto.

Mi sentivo malato da diversi anni, ma nessuno aveva individuato il problema. Poi sono stato davvero male e sono finito al pronto soccorso. In quell'occasione hanno fatto alcuni test e hanno scoperto che il cancro era lì da qualcosa come otto o dieci anni, crescendo senza essere rilevato da nessuno dei miei medici precedenti. Quando l'hanno scoperto, era inoperabile.

Se uno di noi, uno qualsiasi di noi esseri umani, sta in questo momento soffrendo come un cane, è malato o ha fame, è cosa che ci riguarda tutti. Ci deve riguardare tutti, perché ignorare la sofferenza di un uomo è sempre un atto di violenza, e tra i più vigliacchi.
Da: Buskashì. Viaggio dentro la guerra - Feltrinelli

Credo che questo Paese sia ad altissimo rischio, sull'orlo del baratro e di una grande tragedia sociale. Penso che ci sia una persona come Stefano Rodotà che dà garanzie morali e civili e di impegno sui problemi delle persone: il lavoro, la sanità, la scuola.
Da: unità.it - 17/04/2013

Mostratemi un uomo sano di mente e lo curerò per voi.

La vera terapia consiste nell'approccio al divino; più si raggiunge l'esperienza del divino, più si è liberati dalla maledizione della patologia.

Il vittimismo serve a poco. Ho fretta, devo accettare la realtà, guardo avanti, sento freddo in continuazione, chi mi è stato vicino è il mio cane e tutta la gente dei social che non mi ha mai abbandonato.
Da: gossipblog.it - 02/03/2014

Quando ho lanciato l’allarme, mi era venuta la febbre a 39,5-40. Chiamo un medico che non ha saputo leggere una tac e mi ha dato un antibiotico per bambini quando ero in piena infezione polmonare. Mi ha diagnosticato solo un mal di gola.
Da: gossipblog.it - 02/03/2014

La malattia mentale spaventa, perché in Italia se ne parla poco e in modo scorretto. Inquieta, perché è una malattia dello spirito e non del corpo. Ed è un tabù, perché è meno lontana dalla nostra realtà di quel che vorremmo.
Da: Il testimone del 03/12/2008 - MTV

Quando ero una top model fumavo molto e mangiavo poco, oggi sono impegnata nella lotta al tabagismo e all'anoressia, per la prevenzione di malattie come il cancro e per i bambini della Mauritania.
Da: intervisteromane.net - 06/11/2000

La salute non è più soltanto, ce lo dice l'Organizzazione Mondiale della Sanità, assenza di malattia, ma pienezza del vivere nel senso che è ciò che ci appartiene dal punto di vista fisico, psichico e sociale.

Era una donna molto accogliente: qualsiasi cosa avessi, mi prendeva fra le braccia, e mi passava tutto. Era spiritosa, fino all'ultimo. Io allora non capivo come si potesse essere così leggeri nella malattia. (Riferita a sua madre)
Da: style.it - 05/05/2010

L'amore è una grave malattia mentale.

Cos'è più importante, la connettività mondiale o il vaccino per la malaria? (...) Amo ancora le vicende IT, ma se vogliamo migliorare le nostre vite dobbiamo occuparci di questioni ben più elementari come la sopravvivenza dei bambini e le risorse alimentari.
Da: repubblica.it - 02/11/2013

Le allucinazioni, più che su qualcosa che si vede, sono su qualcosa che si pensa. In seguito le mie furono anche uditive, sentivo delle voci.
Da: espresso.repubblica.it - 11/03/2008

Finché il corpo funziona non ci si rende conto di che grande nemico possa essere; se si cede nella volontà di contrastarlo anche per un solo istante, si è già perduti.
Da: Va' dove ti porta il cuore - Bompiani

La malattia è un linguaggio comunicativo, non un ammasso anarchico di cellule impazzite. Succede che il nostro corpo non sia soddisfatto della vita che fa e si lamenta, tenti di opporsi, critica il cervello per le sue scelte.
Da: Impara ad essere felice - Einaudi

Il malato è un veggente, nessuno possiede un'immagine del mondo più chiara della sua.

Non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Non è qualcosa da tenere nascosta. È, come dire, quella parte della nostra carta d'identità che ci fa rassomigliare di più A Gesù Cristo. È una tessera di riconoscimento incredibile, straordinaria.

La disoccupazione è una cosa per il disoccupato e un altra per l'occupato. Per il disoccupato è come una malattia da cui deve guarire al più presto, se no muore; per l'occupato è una malattia che gira e lui deve stare attento a non prenderla se non vuole ammalarsi anche lui.
Da: Nuovi racconti romani - Bompiani

La malattia è una convinzione ed io nacqui con quella convinzione.

Nessun frate, in qualunque luogo si trovi, od ovunque si rechi, deve mai prendere o ricevere o far ricevere danaro, né per comperarsi abiti o libri o come compenso di qualsiasi lavoro; anzi in nessun caso, se non per necessità di frati infermi; perché non dobbiamo attribuire al danaro una utilità maggiore che alle pietre.

Proprio nei momenti di difficoltà economica come quelli che stiamo attraversando si impone una particolare attenzione alla condizione e ai diritti delle persone con disabilità, così da evitare che il disagio sociale si traduca in emergenza, come purtroppo in troppi casi sta avvenendo.

Alla mia veneranda età accade di dover essere alle prese con i medici. Ma la malattia finisce per essere una cosa bellissima, quando aiuta ad allontanare la tentazione della politica.

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